Teoria e pratica della non-violenza

“Voglio illudermi che alcuni dei miei scritti

mi sopravvivranno e potranno essere di

qualche utilità alla causa per la quale sono

stati scritti.”

M. K. GANDHI, 1939

I principi della non-violenza

CHE COS’È LA NON-VIOLENZA?

1. A guisa d’introduzione.

 

Le opinioni che mi sono formato e le conclusioni a cui sono giunto non sono definitive. Potrei modificarle in qualsiasi momento; non ho niente di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non-violenza sono antiche come le colline. Ho solo tentato di metterle in pratica su scala più vasta possibile. A volte ho sbagliato, ma ho imparato dai miei errori. La vita e i suoi problemi sono divenuti cosi per me il terreno su cui sperimentare nella pratica la verità e la non-violenza.

 

(«Harijan», 28 marzo 1936).

2. Gandhi spiega la sua scoperta della non-violenza e ne dà una generale caratterizzazione.

Fino al 1906 mi sono affidato esclusivamente alla ragione. Ero un riformatore molto attivo ed un ottimo redattore di petizioni, in quanto avevo sempre una chiara visione dei fatti, che mi proveniva da una rigorosa osservanza della verità. Tuttavia, quando giunse il momento critico, nel Sud Africa, dovetti scoprire che la ragione non era sufficiente. La mia gente era eccitata – anche la pazienza ha un limite – e si cominciava a parlare di vendetta. Mi trovai di fronte all’alternativa tra aderire anch’io alla violenza o trovare un altro metodo per risolvere la crisi e far cessare l’ingiustizia, e allora mi venne in mente l’idea di rifiutare di obbedire alle leggi discriminatorie, affrontando per questo anche la prigione. Nacque così l’equivalente morale della guerra. A quel tempo ero ancora lealista, in quanto ritenevo che tutto sommato l’azione dell’Impero britannico giovasse all’India e all’umanità. Giunto in Inghilterra poco dopo lo scoppio della guerra mi arruolai, e poi, quando fui costretto a ritornare in India a causa di una pleurite, organizzai una campagna di arruolamento a rischio della mia stessa vita, con sommo scandalo di alcuni dei miei amici. La disillusione avvenne nel 1919 dopo l’approvazione del Black Rowlatt Acte il rifiuto del governo di riparare i torti che ci erano stati fatti. Cosi nel 1920 divenni un ribelle. Da allora mi sono andato sempre più convincendo che la ragione non è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell’umanità, cosi come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire l’avversario e di aprire le sue orecchie, altrimenti chiuse, alla voce della ragione. Nessuno probabilmente ha redatto più petizioni o difeso più cause perse di me, e posso dirvi che quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione, ma toccare i cuori. L’appello della ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell’uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana.

(«Young India», 5 novembre 1931).

3. La disposizione a soffrire invece di far soffrire gli altri essenza della nonviolenza. Sulla non-violenza tra stati.

La dottrina della violenza riguarda solo l’offesa arrecata da una persona ai danni di un’altra. Soffrire l’offesa nella propria persona, al contrario, fa parte dell’essenza della non-violenza e costituisce l’alternativa alla violenza contro il prossimo. Non è perché io stimi poco la vita che approvo con gioia che migliaia di persone perdano volontariamente la vita per il satyagraha, ma perché so che a lungo andare ne risulterà minore perdita di vita e, cosa ancor più importante, perché penso che quest’atto nobiliti coloro che perdono le loro vite e che il mondo risulti arricchito moralmente dal loro sacrificio. Penso che l’autore della lettera abbia ragione quando afferma che la non-collaborazione non è solo un ideale, ma anche « una via rapida e sicura verso la libertà dell’India». Io ritengo che tale dottrina sia valida anche nei rapporti tra gli stati. So di affrontare un argomento delicato volendo far riferimento all’ultima guerra, ma temo di esservi costretto, allo scopo di chiarire a fondo la mia posizione. Si è trattato di una guerra espansionistica, per entrambe le parti. È stata una guerra per spartirsi il bottino dello sfruttamento delle razze più deboli – chiamato eufemisticamente mercato mondiale. Se la Germania oggi mutasse politica e decidesse di usare la sua libertà di azione non per la spartizione del mercato mondiale ma per proteggere, grazie alla sua superiorità morale, le razze più deboli della terra, essa potrebbe sicuramente far ciò senza bisogno di armamenti. Si comprenderebbe in tal modo che prima dell’inizio in Europa di un disarmo generale, che prima o poi dovrà essere realizzato, se l’Europa non vuole andare incontro al suicidio, qualche nazione deve avere il coraggio di procedere autonomamente al proprio disarmo, accettando i gravi rischi che ciò comporta. In tale nazione il livello di non-violenza, se per buona ventura questa scelta venisse fatta, naturalmente salirebbe ad una altezza tale da imporre il rispetto universale. I giudizi di questa nazione sarebbero ritenuti infallibili, le sue decisioni inappellabili e si avrebbe una grande capacità di sacrificio eroico e una volontà di vivere per il bene delle altre nazioni quanto per il proprio. Non voglio trattare più a lungo un argomento delicato come questo. So che sto facendo della teoria su una questione pratica di cui non conosco tutti gli elementi. La mia unica scusante è che, se ho ben capito, è questo che l’autore della lettera mi chiedeva.

Io approvo la completa non-violenza e la considero possibile nei rapporti tra uomo e uomo e tra nazione e nazione; ma questa non è «una rinuncia ad ogni lotta concreta contro l’ingiustizia». Al contrario, nella mia concezione la non-violenza è una lotta contro l’ingiustizia più attiva e più concreta della ritorsione, il cui effetto è solo quello di aumentare l’ingiustizia. Io sostengo una opposizione mentale, e dunque morale, all’ingiustizia. Cerco con tutte le mie forze di ottundere l’affilatura alla spada del tiranno, ma non contrapponendo ad essa un’arma più affilata, bensì deludendo la sua aspettativa di una resistenza fisica da parte mia. La resistenza morale che io opporrò servirà a disorientarlo. Dapprima lo frastornerà, e alla fine lo costringerà al riconoscimento dell’ingiustizia, riconoscimento che non lo umilierà, anzi lo nobiliterà. Si potrà sostenereche di nuovo ci si pone nel regno dell’ideale. Ε in realtà è cosi. I principi da cui ho ricavato le mie convinzioni sono veri quanto lo sono le definizioni di Euclide, che non pèrdono di verità perché nella pratica non si è neppure in grado di tracciare una linea euclidea su di una lavagna. Malgrado ciò perfino per uno studioso di geometria è impossibile andare avanti senza tenere presenti le definizioni di Euclide.

 

(«Young India », 8 ottobre 1915).

4. Riferimento ai sacri testi indiani in una caratterizzazione della non-violenza in sei punti.

…………Non credo dunque sia presuntuoso da parte mia voler tracciare sinteticamente le caratteristiche e le condizioni del successo della non-violenza. Esse sono:

1) La non-violenza è la legge della razza umana ed è infinitamente più grande e più potente della forza bruta.

2) Essa non può essere di alcun aiuto a chi non possiede una fede profonda nel Dio dell’Amore.

3) La non-violenza offre la più completa difesa del rispetto di se stesso e del senso dell’onore dell’uomo, ma non sempre garantisce la difesa della proprietà della terra e di altri beni mobili, sebbene la sua pratica continua si dimostri anche nella difesa di questi ultimi un baluardo migliore del possesso di uomini armati. La non-violenza, per la sua stessa natura, non è di nessun aiuto nella difesa dei guadagni illegittimi e delle azioni immorali.

4) Gli individui e le nazioni che vogliono praticare la non-violenza debbono essere pronti (le nazioni fino all’ultimo uomo) a sacrificare tutto tranne il loro onore. La non-violenza dunque è incompatibile con il possesso di paesi di altri popoli; vedi ad esempio l’imperialismo moderno, il quale deve chiaramente basarsi sulla forza per difendersi.

5) La non-violenza è un potere che può essere posseduto in egual misura da tutti – bambini, ragazzi, ragazze e uomini e donne adulti, posto che essi abbiano una fede profonda nel Dio dell’Amore e che quindi possiedano un uguale amore per tutto il genere umano. Quando la non-violenza viene accettata come legge di vita essa deve pervadere tutto l’essere e non venire applicata soltanto ad azioni isolate.

6) È un profondo errore supporre che questa legge sia applicabile per gli individui e non lo sia per le masse dell’umanità.

 

(«Harijan», 5 settembre 1936).

 

5. Sulla non-violenza come azione diretta e forza positiva fondata sull’amore e includente tutta la creazione.

 

«Dal suo punto di vista la non-violenza è una forma di azione diretta?», domandò il dottor Thurman. «Non è una forma, ma la sola forma, – disse Gandhi. – Naturalmente io non limito il senso del termine “azione diretta” al suo significato letterale. Senza una diretta e attiva espressione di essa, la non-violenza per me è priva di significato. Essa è la più grande e la più attiva forza del mondo. Non si può essere non-violenti passivamente. Infatti quello di «non-violenza” è un termine che ho dovuto coniare per esprimere il significato profondo dell’ahimsa. Malgrado la particella negativa “non”, non si tratta di una forza negativa. Nella vita di tutti i giorni siamo circondati da conflitti e spargimenti di sangue, dall’oppressione di alcuni uomini su altri uomini. Ma un grande profeta, che molto tempo fa giunse a penetrare il cuore della verità, dice: non è con la lotta e la violenza, ma con la non-violenza che l’uomo può compiere il suo destino e il suo dovere nei confronti del suo prossimo. È una forza più positiva dell’elettricità, e più potente perfino dell’etere. Al centro della nonviolenza sta una forza spontanea. Ahimsa significa “amore” nel senso paolino, e qualcosa di ancora più forte dell’”amore” definito da san Paolo, anche se sono convinto che la bella definizione di san Paolo è valida per tutti gli scopi pratici. L’ahimsa include tutto il creato, e non solo il genere umano. Nella lingua inglese la parola “amore” ha altri significati, e dunque sono stato costretto ad utilizzare un termine negativo. Ma questo, come ho già detto, non esprime una forza negativa, ma una forza superiore a tutte le altre forze messe insieme. Una persona che nella vita riesce a praticare l’ahimsa esercita una forza superiore a tutte le forze della brutalità».

 

D.: Ε questo è possibile per qualsiasi individuo?

GANDHI: Certamente. Se la pratica della non-violenza fosse riservata solo a pochi, dovrei

ripudiarla immediatamente.

 

(« Harijan », 14 marzo 1936).

 

6. Caratterizzazione della non-violenza, qui chiamata resistenza passiva, come fondata sulla disposizione a soffrire e esprimentesi nella disobbedienza civile nonviolenta.

 

LETTORE: Deduco che la resistenza passiva è una splendida arma per il debole, ma che quando si è forti si possono prendere le armi.

AUTORE: Questo è un errore madornale. La resistenza passiva, ossia la forza dell’anima, è una forza invincibile. Essa è superiore alla forza delle armi. Come può dunque essere considerata soltanto un’arma del debole? Gli uomini che fanno uso della forza fisica non possiedono il coraggio che è il requisito di chi pratica la resistenza passiva. Credete che un codardo possa mai disubbidire ad una legge che giudica ingiusta? Gli estremisti sono considerati i sostenitori della forza bruta. Perché dunque parlano dell’obbedienza alle leggi? Io non li biasimo per questo. Non potrebbero fare diversamente. Quando riusciranno a cacciare gli inglesi e saliranno al governo, essi pretenderanno che lei ed io obbediamo alle loro leggi. Ε questo è coerente con i loro principi. Ma un seguace della resistenza passiva sosterrà che non obbedirà ad una legge che sia contro la sua coscienza anche a costo di essere legato alla bocca di un cannone e fatto a pezzi. Che cosa pensa? In che cosa ci vuole più coraggio, nel legare altri ad un cannone e farli a pezzi o nell’avvicinarsi sorridenti ad un cannone per essere fatti a pezzi? Chi è il vero combattente; chi giudica la morte sempre come un intimo amico o chi decide della morte degli altri? Mi creda, un uomo privo di coraggio e di umanità non potrà mai praticare la resistenza passiva.

Tuttavia ammetto questo: anche un uomo fisicamente debole può opporre tale resistenza. La può opporre un uomo come possono farlo milioni di uomini. Possono opporla sia gli uomini che le donne. Essa non richiede l’addestramento di un esercito; non richiede lo jiu-jitsu. L’unica cosa necessaria è il controllo sulla mente, e una volta raggiunto questo, l’uomo è libero come il re della foresta e il suo solo sguardo fulmina il nemico. La resistenza passiva è una spada a doppio taglio, che può essere usata in ogni circostanza; essa colpisce colui che ne fa uso e colui contro cui è usata. Senza versare una sola goccia di sangue produce risultati di enorme portata. Essa non si arrugginisce mai e non può essere rubata. L’emulazione tra coloro che praticano la resistenza passiva non ha mai fine. La spada della resistenza passiva non ha bisogno di fodero. È strano dunque che lei consideri una tale arma soltanto un’arma del debole.

LETTORE: Lei ha detto che la resistenza passiva e una particolarità dell’India. Forse che in India non sono mai stati usati i cannoni?

AUTORE: Evidentemente per lei India significa i suoi pochi prìncipi. Per me invece significa i milioni di uomini dai quali dipende l’esistenza dei principi e quella di noi stessi. I re continueranno sempre ad usare le loro armi regali. L’uso della forza è radicato in essi. Essi vogliono comandare, ma coloro che devono obbedire ai loro ordini sono contro la violenza: e nel mondo questi sono la maggioranza. Essi acquisteranno o la forza fisica o la forza dell’anima. Se acquisteranno la prima, sia i governanti che i sudditi diverranno come tanti pazzi; ma se acquisteranno la forza dell’anima, gli ordini dei governanti non riusciranno a superare la punta delle loro spade, poiché il vero uomo non si cura degli ordini ingiusti. I contadini non sono mai stati sottomessi dalla spada e non temono l’uso di essa da parte di altri. Un popolo è grande quando poggia la testa sulla morte come su un cuscino. Coloro che sfidano la morte sono liberi da ogni paura. Per coloro che sono preda del fascino illusorio della forza bruta questo quadro non è esagerato. Il fatto è che in India il popolo nel suo complesso ha in genere usato la resistenza passiva in tutti i campi della vita. Noi cessiamo di collaborare con i nostri governanti quando le loro azioni ci sembrano ingiuste. Questa è la resistenza passiva. Ricordo un caso in cui, in un piccolo principato, gli abitanti di un villaggio ritennero ingiusto un ordine emanato dal principe. Essi cominciarono immediatamente ad abbandonare il villaggio. Il principe divenne nervoso, si scusò con i suoi sudditi e revocò l’ordine. In India possono essere trovati numerosi esempi di questo genere. Un vero governo indipendente è realizzabile solo se la resistenza passiva sarà la forza che guiderà il popolo. Qualsiasi altro ordinamento è un ordinamento estraneo al popolo indiano.

 

(Hind Swaraj or Indian Home Rule, cap. XVII).

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